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"Il percorso della polveriera" - Stefano e Micaela - Lombardia

Storia e nascita del plastico riproducente il "Villaggio abbandonato" in località CASTELLAZZO DI BOLLATE...

Occorre subito dire che l’idea di realizzare il plastico non è stata dell’autore. Lo spunto per realizzare il mio secondo (ed ultimo?) plastico mi è stato dato dalla mia ragazza Micaela, che ha pensato, con intuizione a dir poco geniale, di unire i miei tre hobby: ovvero, la passione per la mountain bike, l’attaccamento per un luogo (il borgo di Castellazzo) ed il modellismo ferroviario, recentemente riscoperto.

1.0: le origini

Da molto tempo, cioè diversi anni, avevo maturato la convinzione che sul percorso cosiddetto "della polveriera", meta obbligata degli appassionati locali di MTB, si fosse trovato, in tempi non troppo remoti, un vero e proprio paese, o, come preferisco chiamarlo io, un "villaggio abbandonato".

Tale convinzione è nata  proprio durante le mie pedalate in bicicletta: nella parte di percorso ricoperta dal bosco e dalla brughiera, proprio nei punti più fittamente ricoperti di vegetazione, cioè nel bel mezzo della boscaglia, si possono notare più o meno agevolmente elementi a dir poco "incongrui": ossia, resti di massicciata ferroviaria, edifici in rovina in cui sono cresciuti alberi, residui di pavimentazione stradale e mattoni inglobati nel terreno ora ricoperto dal bosco.

Su un largo spiazzo in terra battuta, attualmente recintato, è invece agevole vedere i resti di quelli che doveva essere stata la piazza principale del paese, circondata tuttora da rovine di edifici.

Fuori dall’area considerata per il plastico, nel mezzo del bosco,

un probabile deposito di rifornimento per acqua e/o carbone.
Piazzale del "villaggio abbandonato". I residui della costruzione più grande a nord (Municipio?)

 "Via centrale" del paese.

Tre edifici in successione ad est.

La mia convinzione, rimasta tale per molti anni, era in parte suffragata dai racconti delle persone più anziane, conosciute nei dintorni. Questi racconti parlavano dell’esistenza, agli inizi del secolo, di un paese, poi abbandonato in seguito all’esplosione di una polveriera, che aveva di fatto raso al suolo il centro abitato facendo numerose vittime.

Dopo che Micaela mi suggerì l’idea, decisi di procedere alle prime ricerche insieme a lei: in questo modo ci imbattemmo nel parroco di S. Guglielmo in Castellazzo, padre Zoia, che confermò la mia ipotesi. In verità altre pubblicazioni dell’Ente Parco Groane confermavano l’esistenza, agli inizi del secolo, di numerosi opifici nei confini dell’attuale parco: ma la pubblicazione di Padre Zoia (Santuario della Madonna della Fametta di Castellazzo di Bollate, AA. VV., Studio due sas, Milano, 2010), è stata del tutto illuminante in merito; per convincersi, basta dare un’occhiata alle numerose fotografie contenute nel libro e fare un semplice raffronto per rendersi conto di ciò che il paese era stato, nonché per confermare l’esistenza di una ferrovia realmente dimenticata.

A sinistra una foto in data odierna. A destra, una foto dell'epoca. Visibili i resti della stazione (indicata negli orari d’epoca come "Torretta di Castellazzo") e una foto dei primi del 1900. In primo piano è visibile una locomotiva a vapore, presumibilmente tipo "T3". (foto archivio storico FNM).

Rruderi attuali e foto d’epoca. Nell’ingrandimento si evidenzia l’indubbia presenza di un carro merci tipo "T", e probabilmente di un carro a stanti (scoperto). In giallo è segnalata la polveriera.

2.0: le fonti storiche – la tragedia

Se a questo punto era giunta la completa certezza dell’esistenza di un paese, per giunta dotato di stazione ferroviaria, rimaneva solo da capire in che modo il paese suddetto fosse stato distrutto e cancellato per sempre.

Il libro edito dal Parroco di Castellazzo fornisce una ricostruzione oltremodo completa.

Nei luoghi considerati sorgeva allora lo stabilimento della ditta "Sutter & Thevenot", destinato alla costruzione di granate. In una foto d’epoca, sono rappresentate donne del luogo che caricano le bombe e le sigillano con la paraffina.

Il 7 giugno 1918, ore 13.50, nello stabilimento si verifica una terribile esplosione, udita a 30 km. di distanza, che provoca la rottura dei vetri di case, scuole e chiese, in tutti i comuni limitrofi. Tra i soccorritori che giungono da Milano c’è anche Hemingway, in un’unità della Croce Rossa Americana diretta al fronte, ma dirottata, mentre fa tappa a Milano, sul luogo del disastro.

Il giorno dei funerali 10.000 persone assistono alle celebrazioni; i defunti vengono seppelliti nel cimitero di Bollate, essendo quello di Castellazzo troppo piccolo.

E' stata recentemente ritrovata l’insegna esposta durante le esequie: le vittime riconosciute furono 65, escludendo 24 casse "dove si erano raccolti i miseri avanzi delle vittime ridotte in uno stato irriconoscibile" (Op. Cit. pag. 57).

3.0: il plastico

La decisione era quindi stata presa: non rimaneva che porla in atto...

Venivano svolti rilievi "a vista", cioè sul campo, almeno per avere un’idea delle dimensioni reali dei resti degli edifici. Dopo questo si è passati alla fase realizzativa vera e propria, che non ha presentato particolari difficoltà: si trattava di ricostruire il paese sulla base di elementi reali (i resti degli edifici), inserirli in un contesto ambientale appropriato (un piccolo paese della pianura Padana degli inizi del 1900, immerso nella brughiera e circondato da boschi) e prevedere il materiale rotabile corretto, basandosi sulle notizie storiche o documenti fotografici disponibili.

Nella ricerca è stato perfino ritrovato un orario ferroviario d’epoca, intestato “FERROVIE NORD MILANO – TRAMVIA MILANO-SARONNO”.

Va da sé che se l’ambiente è stato ricostruito in maniera abbastanza fedele, diciamo all’ 80%, la fantasia ha dovuto supplire laddove non è stato possibile arrivare con le notizie a disposizione.

Vi sono inoltre dei punti oscuri su cui io stesso rimango perplesso senza che sia possibile fare altro che ipotesi.

Ad esempio, una mappa del 1836 segnala l’area dove ora sorgono le rovine come se fosse situata in zona collinare (?!).

1: Villa Arconati e borgo, indicati col toponimo di "Castellazzo d’ Arconate". 2: Santuario Madonna della Fametta (tuttora esistente). 3: area ove alla data attuale non c’è alcun rilievo collinare.

Non ho poi compreso come e perché venissero utilizzati treni a vapore anche all’interno di uno stabilimento dove si maneggiavano esplosivi.

La locomotiva T3 è ben conosciuta per essere forte emettitrice di lapilli, tanto da non essere utilizzata, di norma, in zone boscose...

Orario ferroviario d’epoca: evidenziata la fermata "Torretta" di Castellazzo. Una sinistra "coincidenza": a 5 minuti dalla tragedia, era previsto l’arrivo di un treno nella stazione del paese.

Stefano Curcurù e Micaela Rovagnati.

Materiale rotabile fornito da Sig. Franco Mastroserio di Cermenate (CO) e da Railship Milano. In considerazione del fatto che i rilievi nel bosco continuano, e visto che sono stati individuati altri 3 resti di edifici (in pessime condizioni), e considerato che ho intenzione di aggiungerli agli angoli del plastico con relative scenette e ambientazione, la fotostoria verrà prossimamente aggiornata con nuove foto.

AGGIORNAMENTO NOVEMBRE 2013

Le esplorazioni nel bosco da parte mia e di Micaela sono continuate: nei luoghi su cui sorgeva il borgo, nelle parti più impervie della brughiera, ormai completamente ricoperte di vegetazione e situate sia a nord che a sud della stazione ferroviaria (ancora in piedi ma ormai tristemente abbandonata), sono stati individuati altri 3 ruderi...

Diciamo subito che a proposito di queste costruzioni manca qualsiasi documento storico: niente scritti o foto d’ epoca, per cui abbiamo solo potuto interpretare i resti degli edifici secondo la nostra fantasia. Siamo riusciti a trovare solo una testimonianza: una signora ormai più che 80enne ricorda di aver sentito raccontare da sua madre "che subito dopo la stazione c’era un’osteria".

Nella brughiera di Castellazzo le stagioni si susseguono l’una dopo l’altra: ogni giorno decine di treni carichi di pendolari passano accanto ai resti del villaggio, ma probabilmente nessuno ha mai sentito la storia che abbiamo cercato di raccontare. Il villaggio abbandonato trasmette, specie d’ autunno ed inverno, molta malinconia, anche se i colori sono stupendi ed il posto è molto bello per passeggiarvi o pedalare in MTB. A me e Micaela (che ringrazio ancora quale prima ideatrice del plastico) piace comunque pensare di avergli ridato la vita che gli venne violentemente rubata, sia pure in scala ridotta...

Ecco il rudere individuato in mezzo alla vegetazione: è l’ edificio che è stato identificato (sia pure in via presunta) come “l’osteria”.

Ed ecco l’interpretazione che abbiamo voluto dargli collocandolo nel nostro plastico. All’ osteria si festeggia. La cuoca osserva soddisfatta, mentre poco dopo transita una 880 diretta verso Saronno. Le galline beccano tranquille il loro granoturco... per il momento!

Una 880 sosta davanti ad un edificio ad uso manutenzione ferroviaria. L’ingegnere accompagnato dal proprio cagnolino discute con gli operai circa la manutenzione della linea. In più sono arrivate tubolature di ricambio proprio per la 880!

Grande edificio i cui resti si trovano prima della stazione. Abbiamo ipotizzato trattarsi di un’abitazione, e di conseguenza abbiamo creato questa scenetta, mentre passano una T3 ed una 880, dirette verso Milano.

In questa foto l’ 880 passa accanto all’edificio manutenzione.

Una foto d’ epoca, probabilmente riferita a Castellazzo: rappresenterebbe il villaggio raso al suolo poco dopo l’ esplosione. Nessun elemento di paesaggio è riconoscibile dopo la catastrofe, per cui non ho alcuna certezza sul dove e come la foto sia stata scattata.

Da ultimo, i due creatori del plastico accanto alle loro due locomotive preferite: Stefano su una E600, Micaela accanto ad una T3.